• "Life isn't about the number of breaths you take but rather, those moments that take your breath away"
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Monumento ai caduti

Arrivo al New World Trade Center e subito mi accorgo che qualcosa sta cambiando nell’aria che respiro. Avverto un’atmosfera pesante, ma non è data dall’incredibile altezza dei grattacieli che svettano, con le loro finestre di vetro azzurro, sopra le nostre teste. Non è nemmeno a causa dei continui lavori di costruzione e ristrutturazione dei palazzi in tutta Lower Manhattan.

Siamo arrivati a Ground Zero. Siamo arrivati lì dove gli attentati dell’11 Settembre del 2001 hanno cambiato il mondo. Siamo arrivati lì dove un monumento ricorda i 3000 caduti di quello storico giorno.

Svoltiamo a sinistra e ci troviamo davanti a Ground Zero. Avevo visto qualche foto su internet ma, dal vivo, non mi aspettavo così tanta, triste, bellezza. Il monumento è un opera del genio israeliano-americano Micael Arad. Due aree quadrate ricordano le fondamenta delle torri gemelle. Ognuna di queste aree è una fonte che sprofonda verso il basso. Una prima cascata, poi una seconda. Non riesci a vedere dove arriva l’acqua. Avverto di sprofondare. Se l’intento dell’architetto era quello di ricreare il palazzo che si affloscia su se stesso, sia fisicamente che metaforicamente, allora ci è riuscito. Mi vengono subito in mente le immagini delle due torri che collassano e si sgretolano in un mucchio di macerie.

Iviaggidisguru - water ground zero

L’acqua che cade verso il basso dà dinamicità a un’opera che invece ti lascia immobile per la forza del suo significato. Le gocce luccicano sotto i raggi di un timido sole. Mi fanno pensare alla sofferenza delle persone per quel triste giorno. Ai loro occhi lucidi.

Le persone, i caduti, sono l’elemento più importante di quest’opera. Ognuno dei “crateri” è circondato da un muretto metallico in cui sono incisi i nomi di tutte le vittime dei 4 attentati. Non solo i morti delle Torri Gemelle, ma anche quelli del Pentagono e del volo diretto a Washington.

Un cartellone all’interno del parco invita i visitatori ad accarezzare quei nomi. Non sarebbe necessario scriverlo: poggiare la mano su quelle lettere è la cosa più naturale da fare di fronte a tanta tristezza. Sono scosso e mi sento piccolo davanti al ricordo di una simile tragedia. I nomi che leggo, così come le persone che sono in visita, provengono da tutto il mondo. Non c’è continente, razza o religione che si sia salvata da una così grande disgrazia. Una disgrazia che invece ha le sue basi nelle umane voglie di denaro, potere, grandezza. Il monumento fa venire voglia di pace e serenità in un mondo che queste cose sembra metterle sempre più in secondo piano. I miei occhi diventano lucidi nel leggere tutti questi nomi di persone innocenti che in quel 11 Settembre stavano lavorando, viaggiando, studiando. Vivendo.

Iviaggidisguru - mano ground zero

Leggo anche tanti nomi di origine italiana. Cognomi italiani per nomi americani. Immagino i loro nonni o bisnonni che si trasferiscono negli States con il sogno americano di rifarsi una vita e dare un futuro ai loro figli e nipoti. Ci riescono. Poi, alcune generazioni dopo il loro cognome viene scritto su un monumento che ricorda le vittime di un attentato che mostra come i sogni possono diventare incubi.

Sono triste e a tratti arrabbiato. Leggo i nomi di Maria Rosario e una ventina di metri più avanti quello di Aida Rosario. Immagino madre e figlia, morte nella stessa strage, che non hanno avuto la possibilità di avere il loro nome uno vicino all’altro. Leggo il nome di Patricia Ann Cimaroli Massari and her unborn child, una madre incinta che si porta con sè un bambino che non ha avuto l’opportunità di vivere. Quel bambino oggi sarebbe stato un sedicenne impegnato a vivere la sua giovinezza e a progettare il suo futuro. Non ne ha avuto la possibilità.

Iviaggidisguru - rose ground zero

Mi arrabbio ancora di più quando vedo una ragazza di oggi con il cellulare in mano rubare una rosa bianca e farsi un selfie davanti al monumento. Intenta a postare sui social quel suo attimo di “solidarietà”, purtroppo non capisce che quella rosa bianca ha un senso più forte di reale solidarietà. Nel giorno del loro compleanno tutti i caduti vengono onorati con una rosa che viene poggiata fra le lettere del proprio nome. E’ una bellissima iniziativa, piena di sensibilità, che contribuisce a tenere vivo un posto che celebra la morte. La ragazza lascia la rosa su un nome a caso e si allontana soddisfatta mentre smanetta col suo smartphone.  Qualcuno al mio fianco osserva la stessa scena e, più forte di me, prende il fiore e lo rimette al suo posto. La guardo, le sorrido e la ringrazio.

Cammino per il parco e mi rendo conto che la tristezza è condivisa con tante persone che in silenzio osservano il monumento, piangono, pregano, si fermano a pensare. Lentamente mi allontano da Ground Zero e il mondo piano piano accelera. Poco più in là c’è il centro commerciale, c’è Wall Street, c’è il centro finanziario del mondo. Ancora qualche passo e l’atmosfera cambia di nuovo. Il monumento ai caduti è ormai alle spalle. Bisogna rialzarsi. The Show Must Go On.

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Epilogo

Eccomi qui sul volo LH511, ormai da un poco sorvolando il territorio europeo. Fra circa mezzora atterrerò all’aeroporto di Francoforte e sarò di nuovo un cittadino europeo. In crisi. No, è solo una battuta!

Eccomi qui alla fine del mio viaggio. Mi vengono in mente le parole di tanta gente che prima di partire mi diceva. “Se la fai; se lo fai e torni; tornerai diverso“.

L’ho fatto. L’ho fatto e sono tornato. Sono diverso? In realtà non lo so. In realtà non mi interessa più di tanto. Sarà chi mi conosce a giudicare. Quello che sento e mi importa di più è sapere che sono riuscito a rendere realtà un sogno; che ho seguito l’istinto e non ne sono rimasto deluso. Che ho imparato tanto, così tanto che non avrei potuto imparare di più senza essere partito.

Ora che sto tornando mi viene in mente una massima scritta sul glorioso manuale di bordo di Bark Europa:

Viaggiare e tornare indietro non è come non essere mai partiti

Torno e porto con me un bagaglio di esperienze, una lista di persone ed amicizie che mi saranno utili per il resto della vita.

Torno e mi aspetto di ascoltare tante volte, moltissime, le due domande che tutti mi fanno.

Cosa farai adesso?” . Questa è un’altra storia; questo non è il canale per rispondere a questa curiosità. Il futuro parlerà per me.

Poi l’altra domanda: “quale è la cosa più bella?“. E’ difficile, quasi impossibile rispondere. Spesso, un pò semplicemente per dare una risposta a chi mi interrogava curioso, dicevo Iguazù. Non so se è la cosa più bella; di sicuro vedere quelle cascate è una emozione incredibile ed io mi sono affezionato a quella risposta. Però oggi fra queste righe voglio rispondere in maniera un poco filosofica, un pò più profonda.

La cosa più bella del mio viaggio è svegliarsi e vivere ogni giorno sentendo che stai realizzando il tuo sogno. Un augurio che mi viene da fare a tutti coloro che hanno avuto il piacere, di seguirmi nella mia avventura. Di controllare ogni tanto il blog per vedere se c’era qualche novità, di sorridere o scrivere un commento pensandomi dall’altra parte del mondo. Grazie per la vostra compagnia.

Viaggiare e Sognare. Viaggiare è Sognare.

Come il primo giorno

Seduto a un bar del Caminito, fra le foto di cantanti e ballerini di tango, personaggi famosi e famiglie d’epoca. Fuori dalla finestra vedo poca gente ancora per le strade, cammina rapidamente. I camerieri chiudono rapidi gli ombrelloni spazzati dal vento. I tergicristalli si muovono veloci sui vetri di auto e coletivos. Dopo un giorno soleggiato, la prevista pioggia si butta giù a fine pomeriggio con tutta la sua forza. La mia idea di godermi l’ultimo tramonto dal fiore meccanico di Recoleta è impossibile da realizzarsi. E’ un diluvio.

Anche dentro di me è un diluvio. Un diluvio di emozioni. La compagnia di una persona importante. Il mercato di San Telmo, come il primo giorno. Un diario nuovamente quasi perso. La necessità di sedermi al tavolino di un bar e scrivere per provare a rendere indelebile  il finale di questo viaggio. Un bicchiere di vino per sorseggiare ogni singolo attimo, passato e presente.

Decido di passare il mio ultimo giorno fra le strade di San Telmo. E’ domenica, giorno di feria. Ripercorro le stesse strade di quella prima domenica di viaggio. Sento quasi tutto, meno gli odori della pelle che, non so perchè, non è più venduta fra le bancarelle di San Telmo. Sento gli stessi rumori, la stessa musica; vedo gli stessi colori e le stesse facce di un anno fa. E’ come ributtarsi indietro nel tempo e rivivere quella prima avventura. Rincontro quella gente bellissima che aveva reso differente la mia domenica e forse aveva cambiato il mio viaggio. In quella prima domenica di Ottobre capì che le persone, i contatti umani sarebbero stati indispensabili ed avrebbero reso indimenticabili questi mesi sudamericani.

Mi dirigo verso la bottega di vino gestita da quella coppia con origini ragusane. Entro e prima di poter dire una sola parola, lui mi dice in italiano “io ti conosco!”. Si ricorda di me. Dopo un anno. Poi vado da Beto, il simpatico signore dalla barba bianca che mi aveva venduto il “mate di sguru”. Mi avvicino alla bancarella osservando, sempre affascinato, i mate di diversa forma e dimensione e le bombillas. Lui si alza e viene verso di me con le braccia aperte ed un sorriso. Mi ha riconosciuto. Ci salutiamo ed una delle prime cose che chiedo è come sta Marina, la ragazza che un anno fa era in dolce attesa. La bimba è nata. Poi è morta dopo tre mesi. E’ triste sentire quella storia.

Marina passa poco dopo davanti alla bancarella. Io non la riconosco, ma lei si. Entrambi mi trattano con rispetto e calorosa accoglienza. E’ la situazione ideale per tomare un mate. Forse l’ultimo. Sicuramente in buona compagnia, con delle persone che se un anno fa mi avevano dato il benvenuto, ora si aprono a discussioni più profonde e personali. Come se un anno a distanza avesse accorciato il divario ed aumentato la stima.

Sorseggio il mio vino e guardo fuori dalla finestra. Il cielo continua a piangere. Anche io in qualche modo ho voglia di farlo. Non è un pianto triste. L’avventura è quasi finita ma non posso che essere felice. Tutto quello che ho vissuto in questo anno. Tutto si è rivelato a me in questo ultimo giorno. Persone fantastiche mi hanno fatto capire l’importanza del mio viaggio e dell’esperienza che mi sono regalato. Sono emozionato. Sono felice. Per quello che ho vissuto. Perchè ho vissuto.

Il compagno piu fedele

Chi sono io? Cosa sono? Le risposte possono essere tante. Belle e brutte. E probabilmente chi sta leggendo e mi conosce fa un sorriso (o una smorfia) pensando a una parola o un aggettivo che possa descrivermi.

In realtà la mia domanda si riferisce di più alla definizione della mia “professione” o del mio stato negli ultimi 13 mesi. In inglese si direbbe backpacker; in spagnolo mochilero; in italiano non credo esista una parola unica e si direbbe “viaggiatore zaino in spalla”.

Forse sarebbe più bello avere una singola parola, però la definizione italiana mi piace perchè mette chiarezza sul fatto che stai viaggiando e che con te c’è sempre qualcosa. Uno zaino.

Mi è sempre piaciuto dare un carattere umano a quelle cose che nella mia vita hanno un significato o una importanza fondamentale. Spesso mi è capitato di non riuscire a separarmi da alcuni oggetti che mi ricordassero attimi, momenti, periodi importanti della mia esistenza. In questo anno in cui i contatti umani, ed allo stesso tempo le distanze da alcuni affetti o amicizie, hanno assunto un ruolo critico, lo zaino che mi sono portato dietro è diventato un caro amico. Una parte di me.

Ricordo ancora qualche settimana prima di partire, quando non avevo uno zaino e non mi decidevo a comprarne uno. Ne cercavo uno perfetto. Sapevo che mi avrebbe accompagnato in numerose avventure, e volevo il migliore. Lontano dal voler fare del marketing, quel grande zaino rosso Ferrino mi piacque quasi subito anche se oggi non mi importano più le caratteristiche tecniche quanto i ricordi ad esso legati.

Potrei riconoscere il mio zaino fra mille uguali. Prima di tutto perchè come io mi porto dietro il passaporto anche lui ha cucite sul suo corpo le bandiere degli stati visitati. Poi perchè ogni macchia, ogni singola tasca ha il sapore di un’avventura vissuta. Più volte ho sorpreso la gente aprendo il mio zaino e tirando fuori un oggetto inaspettato. Un oggetto utile che in quel momento nessuno pensava fosse possibile trovare. Vestiti, oggetti, sabbia da collezione, giochi di logica e magia, cibo. E tanti altri ricordi. Lo zaino nel corso di questi mesi è stato una fisarmonica che aumentava e diminuiva di peso secondo le stagioni, secondo i posti, secondo la maniera di viaggiare.

Ogni tanto sorrido nel vedere una macchia sulla tasca destra dello zaino. Una macchia di olio. Perchè fin dalla prima settimana di viaggio una bottiglia di olio d’oliva è parte del mio bagaglio. Un peso che ha reso amici stomaco e spalle. Accanto a quello le scorte e le spezie che salvano situazioni difficili quando arrivi tardi al terminal del bus e vuoi cucinare qualcosa. Rodrigo, un amico brasiliano che mi ha ospitato due notti in casa sua rimase sorpreso e felice quando salvai la sua buonissima ricetta con il cumino che lui non riusciva a trovare negli scaffali della sua cucina.

Lo zaino di un mochilero è come la casa di una lumaca. Chi viaggia se lo porta dietro e ha lì dentro tutto quello che gli serve (e non). Venti kili di bagaglio che non sono un peso, ma un deposito. Un tesoro. Un compagno fedele.

Viaggio 9: “Briciole e persone…”

Il viaggio che mi riporta a casa e ripercorre la mia avventura fino a Buenos Aires, l’inizio del viaggio.

Mangiare le ultime briciole. Rivedere posti. Rincontrare amici.

11 Ott : On the road

12 Ott 14 Ott : Santa Fe

15 Ott – 17 Ott : Buenos Aires

17 Ott – 18 Ott : Tigre

19 Ott – 22 Ott : Buenos Aires

Lasciando il Brasile

Saudade!

Saudade è quello che si sente lasciando il Brasile dopo due mesi e mezzo sulla sua terra, fra la sua gente. Saudade: mancanza o nostalgia. O entrambe! Mancanza e nostalgia di cosa?

Sento mancanza dell’oceano e delle spiagge bianche. Lunghissime. Le spiagge di giorno e di notte. Le spiagge delle feste e dei momenti solitari…

Ho nostalgia del ritmo e della musica ad ogni angolo. Della gioia di vivere che accompagna a vita del 99% della gente che vive questa terra.

Nostalgia di un mix di culture incredibile che rende ogni giorno ed ogni persona un incontro differente.

Mancanza della frutta, dei succhi freschi, del cibo per strada.

Nostalgia, mancanza.

Questo è quello che si sente lasciando il Basile. In una parola sola SAUDADE!

Le cose più importanti

Nel lungo tragitto da San Paolo a Santa Fe devo superare la frontiera e prendere due bus. Il cambio avviene in territorio Argentino, dopo quasi 24 ore di viaggio. Una volta sul bus che da Posadas mi porterà a destinazione mi accorgo di non avere con me il mio diario! Il quaderno con gli appunti di viaggio degli ultimi 4 mesi è rimasto in mezzo alla coperta che mi ha riscaldato nella prima parte del tragitto.

Più volte ho pensato, lungo il mio fin qui fortunato viaggio, che la cose peggiori da perdere sarebbero il passaporto, le foto ed il diario. Perdere il passaporto dà problemi gestionali e burocratici. Ricordo ancora il casino dopo il furto dello zaino di Martin al primo mese di viaggio. Le foto e il diario sono invece legati ai ricordi. Se per le foto è semplice fare un backup e tenere le copie separate, beh, per il diario questo è più difficile.

Il diario contiene tutto! I posti visitati, le emozioni, le persone incontrate, i cibi mangiati, i pensieri, le cose più intime. Ho riempito quasi cinque diari lungo il mio cammino ed accorgermi di aver dimenticato l’ultimo proprio alla fine del viaggio… beh, non è il massimo. In quei momenti preferiresti che ti rubassero la carta di credito, i soldi, tutto ma non quei fogli pieni di ricordi…

La fortuna è dalla mia parte ed il mio diario viene trovato ed inviato con il prossimo bus nella mia stessa direzione. Incrociamo il bus all’una del mattino. Quando mi sveglio nel cuore della notte, l’assistente dell’autista mi riporta il mio prezioso quaderno nero. Sembra un sogno ed invece è realtà!

Le cose più preziose sono sempre quelle che non si possono comprare…